martedì 21 agosto 2012

Daanan - I Libri
Un racconto completo - estratto dalla raccolta "Leggende di Daanan"
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Care lettrici e cari lettori, ecco a voi, per la prima volta, un racconto completo estratto dalla raccolta "Leggende di Daanan", una serie di racconti brevi che scattano delle istantanee del periodo peggiore per l'ambientazione di Daanan: l'Era della Caduta.

In questo racconto, scoprirete cosa è accaduti tra i Nani e i loro consanguinei Duergar in una terribile notte...

Buona lettura!

§§§

I SUSSURRI DEL LADRO
2° Giorno dell'Era della Caduta

Kurtz Brakkenillastieg si sollevò di scatto nella notte, il volto madido di sudore, la barba folta umida e ispida come se ci avessero baruffato dentro un paio di gatti. Il suo petto possente si alzava e abbassava rapidamente, mentre i suoi occhi mettevano a fuoco l'ambiente circostante.
Socchiuse gli occhi, mentre metteva a fuoco le tenebre della stanza: una piccola cella, con un arredamento assai spartano. La mano destra si allungò istintivamente alla struttura in legno che sosteneva non solo i pezzi della sua armatura composita, ma soprattutto le due accette appese per un laccio di cuoio indurito. Il sottile tintinnare del metallo delle lame lo rassicurò brevemente.
Cosa lo aveva svegliato così di soprassalto?
Si passò la mano sinistra sulla fronte e poi proseguì lungo il cranio perfettamente calvo. Il velo di sudore si asciugò sul palmo della sua mano, quando pelle contro pelle si seccarono. Tentò di fare mente locale sugli ultimi istanti di sonno trascorsi e gli sovvenne un ricordo, impalpabile all'inizio, poi sempre più concreto e sicuro nella sua memoria.
Una voce gli aveva sussurrato all'orecchio sinistro, sottile come uno stiletto, fredda come una notte di gelo a Frostpike, decisa come un grido di battaglia sulla piana di Kallispar.
Aguzzò nuovamente le orecchie, facendo affidamento al proprio udito sviluppatissimo per cogliere i rumori della notte. La sua cella si trovava alla periferia della città di Frostpike, la città nascosta dei Nani, scavata sotto la roccia delle Montagne della Corona. In superficie le cose non andavano bene: aveva sentito dire da molte pattuglie di Nani che l'Era del Caos era ormai giunta, scoppiata e praticamente stava vivendo i suoi mesi più tragici e violenti.
Questa situazione in superficie aveva portato i Nani a serrare i cancelli di pietra nelle Montagne della Corona, nel tentativo di contenere la minaccia dell'Era del Caos al di fuori dei confini del regno nanico. Il risultato era stato raggiunto, ma fino a un certo punto. Alcuni Nani infatti si erano schierati per una linea di intervento nell'Era del Caos, mentre altri avevano preso una posizione opposta. In attesa di trovare un accordo tra tutti i Clan, le Porte erano state serrate.
La discussione tra i Clan era tuttora in corso, con momenti di fortissima tensione e altri di assoluta abulia: il popolo nanico sembrava incapace di prendere una decisione definitiva e unanime sulla situazione.
Kurtz sentì distintamente un refolo di aria fredda solleticargli il lobo dell'orecchio sinistro, cosa che gli provocò un brivido lungo la spina dorsale. Ora era sicuro di aver udito qualcosa, nascosto nel soffio di aria gelida.
Socchiuse gli occhi, come per concentrarsi, e al successivo alito di vento colse distintamente le parole “Kurtza skei tlaka!”. Sul suo volto barbuto e camuso si dipinse quasi istantaneamente un sorriso tirato e si disegnò una espressione feroce: i suoi occhi parvero per un istante brillare di un fuoco rosso come il sangue. Le sue labbra si socchiusero e mormorarono una risposta “ Kurtza bait tlaka!”.
Detto questo, scivolò fuori dalle pelli che lo avevano ricoperto sino a quel momento, difendendolo dai rigori del gelo della pietra. Il freddo assalì prepotentemente il suo fisico completamente nudo, regalandogli un brivido feroce, al quale lui rispose con un ringhio sordo. Allargò le braccia all'esterno, si alzò sulle punti dei piedi, stirando per esteso ogni propria giuntura. Era un giovane Duergar adulto ora, al massimo del suo sviluppo fisico.
E soprattutto era stato prescelto da Zarathas per la sua missione.
In silenzio, un pericoloso silenzio, indossò la sua armatura composita: fasce di metallo e cuoio battuto inanellate andarono a coprirgli per intero il cosciale destro, la parte sinistra del petto e della schiena, poi l'omero sinistro e il braccio sinistro. Al termine di questa vestizione, intinse due dita in un unguento lasciato sul grezzo sgabello vicino al letto, poi disegnò sul proprio volto segni rituali dei Nani Oscuri, i Duergar. Terminato questo, assicuratosi con alcuni movimenti ben conosciuti che l'armatura non lo ostacolava nel suo movimento, come ultimo gesto afferrò le due accette. Si trattava di due armi semplici, leggere e ben bilanciate, a lama singola. I manici erano stati intagliati per essere impugnati al meglio dalle sue mani, la loro lunghezza studiata per le sue braccia. Le lame erano affilate e brunite, un piccolo becco di corvo era stato fuso sia in punta delle due armi che sulla faccia opposta alle lame. In questa maniera poteva colpire di taglio e di punta, sia in andata che in ritorno dal primo colpo.
Fermo nelle tenebre, Kurtz fece alcuni movimenti del Par'kuà, l'arte di combattimento che Zarathas, il Dio Ladro dei Duergar, aveva insegnato ai suoi prescelti. Un nuovo soffio di vento al suo orecchio sinistro, un sussurro mormorato nelle tenebre e il volto di Kurtz assunse una nuova espressione: gli occhi si socchiusero, ogni suo senso parve teso alla ricerca di una preda. Sì, un pericoloso predatore nell'oscurità.
Si accostò alla porta e la aprì di uno spiraglio: udì distintamente i passi del piantone che sarebbe passato di lì a poco per verificare che tutti i soldati nanici fossero nelle loro celle. Il volto scolpito in una maschera di pietra, attese sino all'ultimo istante: quando sentì il piantone esser proprio davanti alla sua porta, la spalancò e in un singolo movimento, piantò il becco di corvo alla base della mascella del nano di piantone, trapassandogli la gola e arrivando sino al cervello. Il nano non emise alcun suono, freddato dalla violenza di un colpo sì rapido.
Kurtz diede uno strattone, trascinando di fatto il nano all'interno della sua cella, che provvide a chiudere diligentemente per non lasciare tracce evidenti a una prima occhiata. Qualcuno si sarebbe chiesto perché il piantone non tornava o non fosse più passato. Ma presto quel problema si sarebbe risolto.
Vide in fondo al corridoio altri due nani uscire dalle loro celle seguendo i suoi medesimi movimenti e riconobbe sui loro volti gli stessi simboli che lui stesso aveva appena disegnato sul proprio volto: altri due prescelti di Zarathas.
Un cenno d'intesa in un linguaggio dei segni studiato nelle lunghe notti di insegnamenti del Dio Ladro nella sua cella, il tempo di comprendere che i due si sarebbero occupati del corpo di guardia principale e a lui toccava il compito più terribile.
Senza fare una grinza, il giovane Duergar si diresse rapidamente al magazzino, dove prelevò un barile di densa pece. Se lo caricò con uno sbuffo sulle spalle, ma non fece molta fatica a portarlo negli acquartieramenti ove lui stesso sino a pochi istanti prima stava riposando. Ripeté questo carico per altre cinque volte, mentre il suo udito colse una serie di sordi colpi nella notte: gli altri due avevano compiuto il loro lavoro. Lasciò che la pece liquida invadesse tutto il corridoio, ne cosparse copiosamente ogni singola porta delle camerate e delle celle singole, affinchè il legno se ne imbevesse. Un sibilo accennato alle sue spalle lo fece voltare: i due lo stavano attendendo, il sangue gocciolante dalle loro accette. Lui annuì e li raggiunse.
Tra poco alcuni nani si sarebbero svegliati per l'odore penetrante della pece, ma a Kurtz questo non interessava. Gelidamente, estrasse da una tasca della sua armatura un paio di pietre focaie. Un paio di colpo, e uno straccio imbevuto di pece liquida prese fuoco. Con un gesto quasi lezioso, il Duergar lanciò lo straccio nel corridoio invaso dalla pece.
Fu questione di un attimo perché l'intera pece prendesse fuoco, iniziando a far crepitare il legno delle porte e delle strutture innervate nella roccia. I tre Duergar si disposero a cuneo, con Kurtz in punta e gli altri due a fargli da ala nel corridoio che si stava trasformando in un inferno di lingue di fuoco.
Dopo alcuni minuti si udirono le prime grida di allarme, nelle camerate e nelle celle: i nani si stavano svegliando, evidentemente allarmati dall'odore della pece bruciata e dal crepitare del legno. I primi che uscirono di corsa vennero arsi vivi dalla violenza delle fiamme che ardevano alte. I più prudenti, vista la malparata e la fine dei primi, uscirono coprendosi con coperte e pelli sulle quali avevano gettato precedentemente l'acqua dei bacili per abluzioni.
Alla ricerca di una via di fuga e soprattutto di acqua per spegnere il fuoco e salvare i propri compagni probabilmente ancora prigionieri delle fiamme, alcuni si lanciarono verso la fine del corridoio.
Ad attenderli i tre Duergar, in posizione di guardia Par'kuà.
Nella mezzora successiva, Kurtz e i suoi due compagni massacrarono senza pietà e senza fermarsi un attimo i loro consimili. Le accette rotearono, colpirono, tranciarono, trafissero, spezzarono. I Duergar continuarono sinchè dal corridoio in fiamme più nessuno uscì a cercare la salvezza per se o per i propri compagni.
Le fiamme ormai correvano lungo le architravi di legno della caserma, invadendo anche i locali che la pece non aveva ancora raggiunto. A un segnale di Kurtz, i due Duergar lo seguirono fuori dalla caserma. Appena fuori chiusero le porte borchiate di metallo e le serrarono con il robusto chiavistello. Dalle finestre ferrate si alzavano numerose volute di fumo e odore acre di carne bruciata, mentre il legno scoppiettava ferocemente.
I tre Duergar si volsero quindi verso Frostpike e ai loro occhi si presentò la visione terrificante di centinaia di roghi simile a quello appena appiccato, mentre nella notte risuonavano le urla dei feriti e del massacro, l'immensa voluta di roccia che racchiudeva Frostpike che si riempiva del fumo dei roghi e dell'odore orrendo della carne consumata dalle fiamme.
Un cenno d'intesa e roteando le accette i tre Duergar si lanciarono verso la città, per continuare la loro missione di morte.

Su un costone roccioso vicino, un figuro dall'aspetto losco, mezzo volto ricoperto di uno straccio, un mantello lungo, stracciato sui bordi e svolazzante nell'aria calda dell'incendio vicino, osservava quanto stava accadendo con un sogghigno feroce sul volto.

Zarathas rideva.

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